EVENTO – Alla Mostra del Cinema di Venezia, viaggio tra il documentario di Olmi, “Artigiani Veneti” (1986), e il docufilm “The Sound of Artisans” (2026)
AttualitàQuarant’anni separano due film, due epoche e due linguaggi cinematografici. Ma a unirli è lo stesso sguardo sul lavoro artigiano, sulla sua capacità di custodire conoscenze, identità e umanità. È questo il filo conduttore di “L’eredità di Olmi, 40 anni di Intelligenza artigiana”, l’evento promosso da Confartigianato Imprese Veneto in occasione dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, tenutosi il 9 settembre 2026 nello Spazio della Regione del Veneto/Veneto Film Commission all’Hotel Excelsior.
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Un appuntamento che ha messo idealmente in dialogo Artigiani Veneti, il documentario realizzato nel 1986 da Ermanno Olmi su commissione di Confartigianato Imprese Veneto e della Regione del Veneto, e The Sound of Artisans, il docu-film realizzato da Confartigianato Imprese Veneto in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026, con la regia di Alessandro Carlozzo e la produzione di Heads Group.
Nel 1986 Olmi entrava nelle botteghe venete con uno sguardo che rifiutava la rappresentazione convenzionale per cercare la verità del gesto. Il lavoro diventava così racconto di persone, competenze, territori e comunità. Quarant’anni dopo, The Sound of Artisans riparte idealmente da quella stessa intuizione e trasforma il gesto artigiano in esperienza sonora e immersiva.
THE SOUND OF ARTISANS
Nel corso dell’evento, alla presenza dei vertici di Confartigianato delle varie province, tra i quali Devis Zenari e Giorgia Speri, Presidente e Segretaria provinciale di Confartigianato Imprese Verona, sono stati proiettati alcuni estratti dei due film, che sono stati messi in relazione e fatti dialogare idealmente per riflettere su come sia cambiato in quarant’anni il modo di raccontare il lavoro e su come il cinema possa continuare a restituire valore a un’intelligenza che nasce dalla capacità di trasformare la materia.
«Senza gli artigiani una città non può essere concepita, né abitata, né frequentata, scriveva Ermanno Olmi – ricorda Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto –, una frase che, a quarant’anni di distanza, conserva tutta la sua forza e che oggi assume un significato ancora più ampio: in un’epoca nella quale il lavoro rischia sempre più di essere ridotto a processo, prestazione o algoritmo, il gesto artigiano restituisce centralità alla persona e alla sua intelligenza. È questa la tesi da cui siamo partiti e che ha guidato il progetto».
È proprio su questa eredità e su questa trasformazione che ha preso vita il confronto, moderato dal giornalista Alessandro Comin, con Mario Brenta, regista, docente universitario che ha collaborato con Olmi alla realizzazione di Artigiani Veneti; Cecilia Valmarana, Vice Direttore di Rai Cultura e impegnata anche nella scuola-laboratorio di formazione cinematografica “Ipotesi Cinema”, fondata da Olmi; Alessandro Carlozzo, regista di The Sound of Artisans; e Corrado Azzollini, presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo e produttore e distributore cinematografico.
«Artista e artigiano sono due parole che hanno una radice comune e una comune derivazione, anche se l’opinione corrente tende a separarli, soprattutto in relazione alla finalità delle loro opere – spiega Mario Brenta –. Olmi, in Artigiani Veneti, mette da parte ogni idea preconcetta e, con grande umiltà e totale apertura, dimentica il suo statuto di artista per mettersi al fianco degli artigiani, accompagnandoli e condividendone il rapporto creativo con la materia, con partecipazione emotiva, empatica e curiosa, come se fosse lui stesso un artigiano. Il risultato è forse un’opera d’arte che diventa anche un oggetto d’uso, ma di un “Uso” con la U maiuscola: perché produce qualcosa di più, coinvolgendo anche lo spettatore sul piano sensoriale ed emotivo e trasmettendo non soltanto una conoscenza in più del mondo, ma anche una maggiore coscienza esistenziale. È attraverso questo sguardo, capace di lasciare un’impronta originale dell’autore, che il cinema di Olmi riesce a restituire ciò che fa ogni vero artigiano: lasciare nel proprio lavoro una parte di sé».
«Viviamo in un tempo nel quale siamo sempre più governati da dati che non produciamo e che spesso non controlliamo, mentre cresce anche la sfiducia nella scienza, perché abbiamo la sensazione che il progresso non porti più necessariamente con sé un miglioramento della nostra vita – osserva Cecilia Valmarana –. In questo scenario, le mani, la creatività, il fare e soprattutto il fare locale acquistano un valore nuovo. C’è dentro anche una promessa di futuro: perché produrre vicino, con competenze che si tramandano e con una maggiore attenzione all’uso delle risorse, significa anche costruire comunità più sostenibili. Dobbiamo tornare a chiederci che cosa vogliamo produrre e per quanto tempo vogliamo che duri, senza spostare altrove il nostro saper fare e senza continuare a costruire oggetti destinati all’obsolescenza programmata. Nel Veneto c’è una sorta di nobile follia: un sapere che passa attraverso le mani e si declina in mille forme, dagli occhiali alle scarpe, dalle campane ai mobili, dall’oro alle motociclette. E il cinema ha un potere straordinario: quello di conservare e diffondere questa memoria, facendola arrivare anche a chi non ha mai messo piede in una bottega».
«L’artigianato risponde ai ritmi frenetici della modernità proponendo un modello di lavoro a misura d’uomo – sottolinea Alessandro Carlozzo, regista di The Sound of Artisans –. È un ritorno alla lentezza che molti giovani stanno riscoprendo per ritrovare equilibrio nel caos contemporaneo: una lentezza fatta di cura, attenzione e riflessione. Ed è una dimensione che richiama da vicino il cinema di Ermanno Olmi, capace di fermarsi davanti al gesto, di osservarlo e di restituirne il significato senza bisogno di forzarlo. È anche da questa idea che siamo partiti con The Sound of Artisans: raccontare l’artigianato non come qualcosa che appartiene al passato, ma come un modo contemporaneo di stare nel mondo, attraverso il lavoro, la materia e il tempo».
«Se Olmi ci ha insegnato quanto il cinema possa dare dignità e valore al gesto artigiano, oggi abbiamo anche il compito di creare le condizioni perché quel gesto possa continuare a trasformarsi in impresa e in lavoro – afferma Corrado Azzollini, presidente di Confartigianato Cinema e Audiovisivo –. Come Confartigianato stiamo portando questa attenzione anche sul piano istituzionale, a Roma, nel confronto sulla riforma della disciplina del cinema e dell’audiovisivo. Abbiamo chiesto che qualsiasi evoluzione del sistema garantisca spazio e risorse alle micro, piccole e medie imprese e ai produttori indipendenti, evitando che la concentrazione delle risorse finisca per penalizzare il pluralismo e la capacità di innovazione della filiera. L’audiovisivo è fatto anche di imprese piccole, competenze specialistiche, creatività e professionalità che spesso non hanno la forza dei grandi operatori, ma rappresentano una parte fondamentale del nostro patrimonio produttivo e culturale. Per questo servono regole certe, procedure più semplici e un sistema di sostegno che non lasci indietro chi produce cultura dal basso. Difendere il cinema indipendente significa, in fondo, difendere la stessa idea di artigianato che abbiamo ritrovato nel lavoro di Olmi: la possibilità di creare, sperimentare e lasciare un’impronta originale».
«Da Artigiani Veneti a The Sound of Artisans, il cinema torna dunque nelle botteghe – aggiunge Claudia Scarzanella, Presidente di Confartigianato Imprese Belluno, alla guida del progetto presentato da Confartigianato alle Olimpiadi Milano-Cortina – non per celebrare nostalgicamente un mondo che non c’è più, ma per raccontare un’intelligenza che continua a evolvere. In quarant’anni è profondamente cambiato il modo di lavorare, di produrre e di vivere le comunità, ma è cambiata anche la percezione dell’artigianato. Oggi abbiamo bisogno di interrogarci su quale sia il suo ruolo nel futuro, su come tornare a valorizzare pienamente il suo patrimonio di competenze, creatività e conoscenza e, soprattutto, da dove ripartire per rilanciare una cultura del fare capace di parlare alle nuove generazioni e di costruire il futuro dei nostri territori».
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