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3 Lug 2018

DECRETO DIGNITA’ – Bonomo e Bissoli: “Il primo atto economico del nuovo Governo appare ostile alle imprese”

“A 4 mesi dal voto del 4 marzo, e ad un mese esatto dal giuramento del nuovo Governo la “grande attesa” per il primo atto economico, il cosiddetto Decreto Dignità, si riduce ad un provvedimento molto ideologico e poca sostanza. Registriamo un pregiudizio verso le imprese”. E’ il giudizio a caldo del Presidente di Confartigianato Imprese Veneto, Agostino Bonomo alla lettura del cosiddetto “Decreto Dignità” approvato la scorsa notte dal Consiglio dei Ministri.

“Ci aspettavamo – prosegue Bonomo – politiche di sviluppo e di incentivo per il lavoro ed invece ci troviamo nuove complicazioni ed il rischio di maggiori costi per chi intende avviare dei nuovi rapporti di lavoro. Anche in tema di stretta alla delocalizzazione, temo, si metta in atto un provvedimento dopo che i “buoi hanno lasciato il recinto”. Negli ultimi 20 anni, ad esempio, molte imprese industriali del nostro Paese hanno spostato nell’est Europa e nel mondo, nel silenzio e sulla pelle di noi artigiani, un intero settore come quello della moda. Solo in Veneto, abbiamo dimezzato in pochi anni le imprese (passate da oltre 15mila alle poco più di 6mila) e perduto 50mila posti di lavoro. Se di tutela e sviluppo della supply chain italiana vogliamo parlare – propone il Presidente -, puntiamo sul rendere appetibile il reshoring e l’investimento di capitali stranieri sulla straordinaria filiera di super fornitori che ancora abbiamo nel manifatturiero. Oppure, mettendo lo Stato al fianco dei contoterzisti per combattere la nuova “guerra” verso coloro che vorrebbero vedere realizzate le loro creazioni qui da noi, ma allo stesso costo del Bangladesh. O peggio, li mettono in concorrenza con i laboratori clandestini o con quelli cinesi che, nei nostri stessi territori, producono nell’ignoro totale di qualsiasi regola e tutela del lavoro”.

“Sul tema del lavoro – aggiunge Andrea Bissoli, Presidente di Confartigianato Verona – troviamo inutile l’aumento dei costi di licenziamento dato che, almeno nel mondo della piccola impresa veneta, chi assume lo fa per investire in quella persona e non certo per licenziarla. Sull’irrigidimento dei contratti a termine, invece, quello che preoccupa noi imprenditori è che il Governo non sembra rendersi conto di cosa significa fare impresa nella filiera della manifattura. La risposta in tempi rapidi è uno dei principali fattori di competitività delle imprese e limitarla non produrrà posti di lavoro aggiuntivi. Per fortuna esiste il sistema di flessibilità e welfare che abbiamo creato con la bilateralità, altrimenti avremo migliaia di imprese fuori mercato. Le disposizioni sul lavoro, insomma, si riducono ad una modesta rivisitazione della disciplina del lavoro a termine, connotata da un pregiudizio anacronistico verso le imprese, più che dalla volontà di avviare una genuina modernizzazione del lavoro e delle sue regole”.

Stando ai dati di Veneto Lavoro, nella nostra Regione, nel 1° trimestre del 2018, le assunzioni a tempo determinato sono significativamente cresciute rispetto all’anno precedente (+26%) dimostrando una propensione positiva delle imprese verso questa tipologia contrattuale che si conferma la forma contrattuale largamente prevalente (85%). L’indice di trasformazione (contratto a tempo determinato – contratto a tempo indeterminato) inoltre, si conferma decisamente positivo, a conferma del fatto che il contratto a tempo determinato rappresenta spesso il trampolino di lancio verso un’occupazione stabile (cfr. Veneto Lavoro, La Bussola, maggio 2018). Con riguardo alla reintroduzione delle causali – cui si associa anche l’allungamento dei termini di impugnazione – e l’assenza di un periodo transitorio, aggiungiamo che questa potrebbe avere principalmente un effetto: aumentare il contenzioso in materia di lavoro. Si tratta insomma di scelte in controtendenza rispetto alle riforme degli anni precedenti che hanno invece contributo in maniera significativa a ridurre la litigiosità nell’ambito del lavoro dipendente privato (-80%) e alla maggiore rapidità nei tempi del processo, alimentando quella dinamicità che ha conseguenze positive per lavoratori e imprese (cfr. Ministero della Giustizia, procedimenti nei tribunali e nelle corti d’appello, 2016).

Aumentare i costi per il rinnovo del contratto a termine non pare essere determinato da ragioni di tipo sistematico (es. irrobustimento del welfare) ma da intenti di tipo sanzionatorio punitivo nei confronti delle imprese che assumono a termine. Meglio sarebbe stato ridurre ulteriormente i costi del lavoro a tempo indeterminato. Ma nemmeno questo si è fatto. Anzi, al di là di ogni coerenza, si è previsto un innalzamento dei costi di risoluzione per contratti a tempo indeterminato. Una contraddizione evidente che tradisce confusione. La riduzione delle durate dei contratti a termine va nella direzione di accelerare le stabilizzazioni in contratti; l’aumento dei costi di licenziamento va nella direzione esattamente opposta. Quale sarà l’effetto complessivo sulla composizione finale tra contratti a termine e indeterminati lo scopriremo solo tra qualche anno, quando ci troveremo a valutare probabilmente una nuova riforma, perché quel cantiere in Italia rimane sempre aperto.

Anche la scelta della forma del decreto legge lascia spazio a qualche riflessione. Intervenire sul lavoro con misure d’urgenza, come il decreto legge, è indice di dirigismo politico e di scarsa propensione al dialogo sociale. La qualità dell’occupazione, concetto comunque diverso dalla dignità del lavoro, non si realizza e certo con le vecchie tecniche regolative ma costruendo un welfare moderno capace di accompagnare i percorsi e le transizioni delle persone nel mercato del lavoro non certo assecondando modelli fordisti, poco tutelanti per i lavoratori e certamente ingessanti per le imprese, che soprattutto oggi, all’indomani della crisi hanno dimostrato una nuova dinamicità.

“Temiamo – concludono il Presidente regionale Bonomo e provinciale Bissoli – che il provvedimento risponda ad esigenze di narrazione ideologica e sia poco aderente al quotidiano vissuto delle imprese e dei lavoratori italiani”.

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