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EDILIZIA & AMBIENTE – Terre e rocce da scavo: cosa cambia con il nuovo Regolamento

Com’è noto, dal 22 agosto scorso è entrato ufficialmente in vigore il Dpr 120/2017 che riordina e la disciplina della gestione delle terre e rocce da scavo. Il decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 7 agosto scorso, attua la delega contenuta nell’articolo 8 del Dl 133/2014. E’ definito di grandi dimensioni il cantiere in cui sono prodotte terre e rocce superiori a 6mila metri cubi, calcolati dalle sezioni di progetto nel corso di attività o di opere soggette a procedure di valutazione di impatto ambientale o ad autorizzazione integrata ambientale. Al di sotto del limite di 6mila metri cubi il cantiere è definito di piccole dimensioni.

In base a quanto previsto dal Dpr, affinché terre e rocce siano considerate sottoprodotti e non rifiuti, occorre che siano generate nella realizzazione di un’opera il cui scopo primario non è la produzione di tale materiale e utilizzabili senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale e, al contempo, soddisfino i requisiti di qualità ambientale che sono stati previsti dal nuovo Dpr. L’utilizzo inoltre deve essere conforme al piano o alla dichiarazione per l’utilizzo (piccoli cantieri) e si realizza: nel corso dell’esecuzione della stessa opera nella quale è stato generato o di un’opera diversa, per la realizzazione di reinterri, riempimenti, rimodellazioni, rilevati, miglioramenti fondiari o viari, recuperi ambientali oppure altre forme di ripristini e miglioramenti ambientali o in processi produttivi, in sostituzione di materiali di cava. Nei casi in cui le terre e rocce da scavo contengano materiali di riporto, la componente di materiali di origine antropica frammisti ai materiali di origine naturale non può superare la quantità massima del 20% in peso.

In tema di deposito intermedio delle terre e rocce da scavo, la durata del deposito non può superare il termine di validità del piano di utilizzo e può essere effettuato nel sito di produzione, nel sito di destinazione o in altro sito a condizione che rientri nella medesima classe di destinazione d’uso urbanistica del sito di produzione. L’utilizzo delle terre e rocce da scavo in conformità al piano di utilizzo o alla dichiarazione è attestato all’autorità e all’Agenzia di protezione ambientale competenti mediante la dichiarazione di avvenuto utilizzo. Il deposito intermedio delle terre e rocce da scavo qualificate sottoprodotti, non costituisce utilizzo.

Per le rocce e terre provenienti da piccoli cantieri, il produttore, qualora siano destinate a recuperi, ripristini, rimodellamenti, riempimenti ambientali o altri utilizzi sul suolo, deve dimostrare che non siano superati i valori delle concentrazioni soglia di contaminazione previsti e che non costituiscono fonte diretta o indiretta di contaminazione per le acque sotterranee. La sussistenza di tali condizioni è attestata dal produttore tramite una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà che assolve la funzione del piano di utilizzo. I tempi previsti per l’utilizzo delle terre e rocce da scavo come sottoprodotti possono essere prorogati una sola volta e per la durata massima di sei mesi, in presenza di circostanze sopravvenute, impreviste o imprevedibili.

Il decreto tuttavia presenta alcuni vistosi limiti: in particolare non contempla misure specifiche per i micro-cantieri, sostenute a suo tempo da ANAEPA-Confartigianato Edilizia e su cui la Commissione Ambiente della Camera aveva espresso parere favorevole, accogliendo la possibilità di introdurre una disciplina semplificata per la gestione di scavi di ridottissime dimensioni (nei quali sono prodotte terre e rocce da scavo in quantità non superiori a 300 metri cubi) che sono di gran lunga i più ricorrenti.

Per informazioni:

Allegato

La posizione “sindacale” di Confartigianato

“La politica si dimostra sorda verso le esigenze delle piccole e medie imprese edili”

“A volte mi domando se dietro all’emanazione di una Legge o di un Decreto in genere, ci sia davvero l’intento di migliorare e semplificare le cose o se più semplicemente manchi del tutto una riflessione sui risvolti e sulle implicazioni che una normativa come questa porta con sé”. Questo lo sfogo di Paolo Bassani, Presidente della Categoria Edilizia di Confartigianato Imprese Veneto, a seguito della pubblicazione del nuovo regolamento sulle terre e rocce da scavo. “Non bastava – continua Bassani – la pesante crisi che, dal 2008 ad oggi solo in Veneto, ha fatto perdere al settore edile 12mila imprese e 70mila dipendenti e non dà tregua, non bastava lo stillicidio costante di adempimenti ai quali siamo sottoposti, ora ci si mette pure il Ministero dell’Ambiente che, con l’obbiettivo di fare chiarezza sulle norme che disciplinano lo scavo di terra e roccia, non fa altro che appesantirne i procedimenti per le imprese. E sì, perché da oggi, 22 agosto, un’impresa prima di poter scavare una buca anche di un metro cubo, si vedrà costretta a dare comunicazione almeno 15 giorni prima dello scavo stesso, al Comune dove c’è il cantiere e all’Arpav”.

L’intento del nuovo DPR è quello di individuare i requisiti generali da soddisfare affinché le terre e rocce da scavo, generate in cantieri di piccole o di grandi dimensioni, siano qualificati come sottoprodotti e non come rifiuti. “Avrebbe poco senso dover trattare come rifiuto, uscendo quindi da questa normativa, del terreno che può essere tranquillamente riutilizzato, ma – continua Bassani – probabilmente saremo costretti a farlo sempre di più. Prima di questa disciplina, le aziende erano comunque sottoposte all’obbligo di comunicazione dei cantieri, che doveva essere fatta prima dello scavo, non era indicato un tempo minimo. Ora invece vengono richiesti almeno 15 giorni di preavviso. In una situazione dove i pochi lavori che ci sono, vengono commissionati qualche giorno prima, se non con un unico giorno di preavviso, essere vincolati a tempistiche così stringenti significa soffocare ancor di più un settore che oramai da anni è in uno stato di crisi e a quelle aziende che nonostante tutto continuano ad operare nella legalità e dare invece ossigeno a tutte quelle attività che vengono svolte in barba alle leggi, che già disciplinano la materia”.

E’ vero che i cantieri sono distinti nella disciplina in “di piccoli” e “di grandi” dimensioni, peccato però che il Decreto consideri di piccole dimensioni indistintamente tutti quei cantieri con una produzione di terra e/o roccia fino a 6000 mc, quasi uno stralcio della Pedemontana più che un piccolo cantiere se pensiamo che lo scavo di una villetta di medie dimensioni o di una recinzione ha una produzione che non supera150 mc. Una disciplina che prevedesse anche i micro cantieri che rappresentano la maggioranza dei lavori delle nostre aziende Edili, con le relative semplificazioni era un’opportunità che non doveva andare sprecata.

Se questo non bastasse, si aggiungono gli ulteriori costi che le aziende sosterranno per finanziare l’attività di controllo dell’Arpav.  L’azienda quindi oltre a sostenere i costi per le analisi e per produrre la documentazione necessaria, sarà anche costretta a finanziare le ulteriori analisi e i controlli predisposti in caso di verifica, anche se quest’ultima dovesse dare esito negativo.

“Nonostante da mesi Confartigianato avesse sollecitato il Ministero sulle molte criticità del nuovo Decreto – aggiunge Luciano Garonzi, Presidente di Confartigianato Costruzioni Verona –, lo stesso Ministero ha perso l’ennesima occasione per fare un po’ di chiarezza nella normativa ambientale e per commisurare gli adempimenti previsti in funzione della complessità degli interventi, pubblicando, forse intenzionalmente, un Decreto di tale importanza nel periodo in cui le aziende erano chiuse per il periodo estivo e che ora, al rientro, si ritrovano con un nuovo obbligo da rispettare. Per quanto ci riguarda, continueremo a sollecitare la nostra Confederazione nazionale affinché non molli il pressing per arrivare ad una modifica del provvedimento”.